domenica 26 luglio 2009

La favela che luccica

SOPRA le strade di fango e gli assembramenti di casupole puzzolenti della favela, certi tetti a nord-ovest di Fortaleza luccicano, più dei baby-revolver assoldati dai trafficanti. E il sole di Caucaia, abituato a illuminare la miseria estromessa dalle cartoline, da qualche giorno, grazie a un' idea fiorentina, produce una merce preziosa: risparmio energetico.

Quello ricavato da 14 pannelli fotovoltaici realizzati dagli studenti dell' Itis Meucci di Firenze, che a fine marzo sono volati in Brasile per consegnare il progetto ai ragazzi di una scuola diretta da don Angelo Stefanini, missionario dell' Opera Madonnina del Grappa. «Da tre anni la nostra scuola si impegna in iniziative di solidarietà con un piano di cooperazione che ci permette di mettere la nostra formazione tecnica al servizio di realtà difficili attraverso stage alternativi a quelli che si fanno in azienda. È nato così il nostro sodalizio con la scuola di Fortaleza e credo che proseguirà anche nei prossimi anni», dice Francesco Lupi, uno dei cinque studenti sbalzati dalla culla del Rinacscimento al Sudamerica grazie al progetto dell' istituto tecnico di Soffiano.

«Volevamo che il nostro contributo si traducesse in qualcosa di concreto. Così abbiamo pensato ai pannelli solari. Certo - aggiunge Francesco - sono poco più di 3 kilowatt, bastano a dare autonomia solo a un' ala del centro, ma abbiamo lasciato ai docenti brasiliani il progetto per istallarne altri». E sono stati proprio i ragazzi della scuola brasiliana a dover completare il lavoro, perché per il gruppo del Meucci l'approdo al di là dell'Atlantico è stato segnato da un contrattempo: «Noi siamo atterrati a Fortaleza, ma il trasferimento del materiale è dovuto passare via San Paolo. Lì è rimasto bloccato alla dogana fino al 27, poco prima del nostro ritorno: una beffa», scuote la testa Francesco.

«Insomma, la burocrazia si inceppa come in Italia», dice con un' alzata di spalle. Costruito negli anni '90 sotto la direzione di don Alfredo Nesi, il centro Madonnina del Grappa di Caucaia è diventato un polo socio-educativo e sanitario dove confluiscono più di 500 figli della baraccopoli. Sopravvive grazie alle donazioni e alle campagne di solidarietà promosse da enti pubblici fiorentini. I gradi di insegnamento vanno dalle elementari alle medie, con alcune classi di superiori a indirizzo professionale.

«In più comprende un asilo nido, una materna, una mensa e alcuni ambulatori dove operano come volontari anche medici di Scandicci», spiega Mario Enrico, prof di elettrotecnica che, insieme a Cosimo Regina e Angela Fornaciari, ha fatto da accompagnatore ai maturandi di via del Filarete. Il centro di Caucaia riceve più di mille richieste all'anno. I ragazzi vengono iscritti gratuitamente in base alla loro condizione sociale. «Don Angelo viaggia su un pulmino bianco fra le case delle favelas. Verifica di persona quali sono i ragazzi delle famiglie più povere, quelle davvero bisognose e poi assegna le iscrizioni. A uno dei suoi tour abbiamo partecipato anche noi», racconta Matteo Mistretta, che delle favelas aveva sentito parlare «ma non immaginavo fossero davvero così. Se non fossimo stati sotto la protezione del parroco non credo saremmo mai usciti di lì».

Seppure viste su «Youtube e nelle inchieste delle Iene», ai diciottenni del Meucci le favelas, quelle vere, hanno fatto effetto: capanne di terra, mattoni e immondizia, rigagnoli di acqua nera che scorre via dalle case, fogne a cielo aperto, «gente che riesce a dormire anche se fuori si sparano. La vita, in Brasile, non ha il valore che le attribuiamo noi. Eppure tutti sorridono». Soprattutto da quando c' è la scuola intitolata a don Milani, «l' unica vera opportunità per costruirsi un futuro fuori di lì, anche se è osteggiata dalla criminalità e dalle autorità locali che non la sovvenzionano», dice il prof Enrico, che aggiunge: «Gli amministratori sono infastiditi: nei gigli dipinti sulle facciate vedono riflesso tutto quello che loro non riescono a fare».

Per questo, accanto all' effigie fiorentina sono comparse le bandiere verde-oro. Un gesto distensivo, che dovrebbe tenere lontani i malintenzionati. Come il filo spinato e la rete elettrificata che corre intorno agli edifici e informicola l'aria. Così, i pannelli del Meucci sono al sicuro. Don Angelo, di sera, fa sorvegliare la struttura da due uomini in divisa e da quattro rottweiler, quando i tetti, ormai, hanno smesso di specchiare la danza dei falchi.


"La sera i boati, dal cielo o forse dalle pistole"
NELL’allegria delle favelas, scrutata da un pulmino hippie, il primo stupore si attorciglia alle narici, «perché al contrario di quanto si possa immaginare, la puzza è una miscela di detersivo e spazzatura». Un odore che ristagna per giorni, «ti si appiccica addosso come cellophane», in una coperta granulosa di «umido e fango essiccato», ha riportato nel suo diario Francesco l’informatico, aggiungendo che il Brasile ha sconfessato i suoi pronostici: «Non so perché, forse dai racconti che ho letto da qualche parte, mi ero fatto l’idea che puzzasse di fogna».

«Di quelle, nelle favelas, hanno un concetto strano», racconta Tommaso, 18 anni, elettronico. «È una rete di tubi che attraversa le case poco sotto il terreno e sgorga per strada». E spesso ci sono pozzanghere, e non sono dovute solo alle piogge. Così è quasi ovunque. «Noi l’abbiamo visto da Esmeralda. Dice che da lei, siccome il bagno è più in basso della strada, se piove, lo scarico non funzione e rifluisce tutto in casa».


«Quando tornavamo al centro con don Angelo ci chiedevamo come si potesse vivere in quello stato. Vani di tre metri scrostati dove dormono in due, e cartone e lamiera a fare da divisori; poi pentolame e poco altro. Tutti hanno il televisore, ma nessuno ha niente». Eppure a Caucaia sembrano felici, si sorridono e si abbracciano, sugli autobus scassati e mentre entrano a scuola. «Studiare non costa fatica, anche se di sera ascolti boati e non sai se vengano dal cielo o dalle pistole», ha spiegato don Angelo ad Alejandro e Lorenzo. «Perché nelle favelas si ammazzano. Oggi sei sulla strada, domani in una fossa; non fa differenza, la vita scorre così».



Pubblicato da Mario Neri su Repubblica Firenze (14/4/2009)

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